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Dario Gedolaro

In 25 anni il debito pubblico statunitense è aumentato dal  54% al 122%. Una crescita esponenziale e bisogna partire da lì per capire molte cose degli Stati Uniti e delle scelte in politica interna e internazionale di Donald Trump.

Il neo presidente ha impostato la sua campagna elettorale sul riequilibrio economico: tagli alla burocrazia (e per questo ha ingaggiato il plurimiliardario Elon Musk), tagli alle spese militari e per questo vuole chiudere la partita della guerra in Ucraina, dazi per ridurre il deficit della bilancia commerciale con l’Europa e con il mondo e  per frenare l’invasione di prodotti a basso costo dall’Oriente e in particolare dalla Cina.

Donald Trump

Trump è convinto che solo così difenderà il benessere dell’America e crede che, dopo un primo scossone negativo, l’economia tornerà a crescere. Certamente ha adottato una ricetta shock, aggressiva oltre ogni immaginazione e l’Europa, il cosiddetto Vecchio Continente, è stato preso in contropiede. Ma, scrive Federico Rampini sul Corriere della Sera, “anche senza Trump l’Europa si sarebbe comunque trovata dov’è oggi: spalle al muro, obbligata a diventare un’entità politica e militare o finire in balia degli eventi”. E aggiunge: “Per dare un’idea, il peso relativo degli attuali 27 Paesi dell’Unione europea è costantemente sceso da circa il 25% nel 1999 del Pil Mondiale, al 13,4%”.Cina, India e anche America Latina hanno eroso la quota del pil europeo in modo assai più significativo che la quota degli Stati Uniti che pesavano per il 30%  e sono ancora al 26%” .  Se l’economia Usa tiene, non altrettanto – come si è visto – tengono i conti pubblici. “Nel 2023 – dice sempre Rampini – l’economia mondiale ha generato 4.990 miliardi di dollari di crescita lorda – dunque di nuovo risparmio – ma il governo americano ha avuto bisogno di 3.128 miliardi di prestiti supplementari”. Trump ha promesso nuovi tagli alle tasse, ma se non arrivano nuove entrate o nuovi risparmi la situazione dei conti pubblici peggiora. Ecco perché cerca di farsi “finanziare” dagli altri paesi i crescenti squilibri americani.

Ecco perché gli USA prima o poi si sarebbero ritirati comunque dai loro impegni in Europa, ed ecco perché l’Europa – soprattutto con un presidente come Trump – non ha altra strada se non quella di costruire una vera entità politica con una sua difesa comune. Se le cose non cambiano, il “piccolo mondo antico” degli ultimi 70 anni dell’Europa non c’è più e chissà se mai ritornerà.

E’ un fatto positivo? Se si guarda alla Storia con la “S” maiuscola ci sarebbe da pensare di no: nei secoli passati l’Europa è sempre stata travagliata da rivalità feroci e guerre ricorrenti e devastanti. Per non parlare del Novecento, con due conflitti mondiali spaventosi in meno di 30 anni. Insomma, quando l’Europa faceva da sé, faceva disastri. Sarà ancora così? Forse è giunto il momento non tanto di affrancarsi dagli Stati Uniti, quanto di superare i nazionalismi più spinti. Molti Paesi dell’Est (Russia in testa), inselvatichiti per decenni dall’oscurantismo dell’ideologia comunista, sono quelli più in ritardo ad abbracciare il principio della convivenza pacifica.

Ecco perché l’idea del “riarmo” lascia perplessa una buona parte dell’opinione pubblica, e non solo di sinistra. Forse sarebbe meglio – e più funzionale – non pensare al fai da te di ogni stato, ma armonizzare le forze militari che ogni Paese ha e partire da lì per vedere se, quali e quante spese in più per la difesa sono necessarie. Tra il 2021 e il 2024 la spesa totale degli Stati membri dell’UE per la difesa è aumentata di oltre il 30%. Nel 2024 ha raggiunto una quota stimata di 326 miliardi di euro, pari a circa l’1,9% del PIL dell’UE (fonte Consiglio dell’Unione Europea). Se si aggiunge la Gran Bretagna, in valore nominale l’Europa ha investito per la difesa molti più soldi rispetto alla Russia. Secondo un’analisi condotta dall’International Institute for Strategic Studies, nel 2024 l’Ue e il Regno Unito hanno messo a bilancio complessivamente 457 miliardi di dollari, il triplo dei russi (145,9 miliardi). Secondo il rapporto Draghi, nel 2022 solo il 18% della spesa per la difesa proviene da progetti comuni mentre l’82% poggia su piani nazionali, spesso uno sovrapposto all’altro. Questo provoca armamenti non omogenei e frammentati (come nel caso dei carri armati che sono di modelli diversi).

Dunque è logico pensare alla possibile scomparsa del “piccolo mondo antico” europeo,

 

Author: Pier Carlo Sommo

Torinese, Laureato in Giurisprudenza, Master in comunicazione pubblica e Giornalista professionista. Dal 1978 si occupa di comunicazione e informazione nella pubblica amministrazione. Ha iniziato la carriera professionale presso la Confindustria Piemonte. Dopo un periodo presso l'Ufficio Studi e Legislativo della Presidenza della Regione Piemonte nel 1986 è diventato Vice Capo di Gabinetto e Responsabile Relazioni Esterne della Provincia di Torino Dal 1999 al 2020 è stato Direttore delle Relazioni Esterne e Capo Ufficio Stampa dell'ASL Città di Torino. Autore di saggi, articoli e ricerche, ha pubblicato numerosi volumi e opuscoli dedicati alla comunicazione culturale - turistica del territorio. È docente in corsi e seminari sui problemi della comunicazione e informazione presso le società di formazione pubbliche e private . Professore a contratto di Comunicazione Pubblica presso l'Università di Torino e Università Cattolica. embro del Direttivo del Club di Comunicazione d'Impresa dell’Unione Industriale di Torino, dal 2005 al 2008 è stato Vice Presidente. Presidente del Comitato scientifico di OCIP Confindustria Piemonte Membro del Comitato Promotore dell' Associazione PA Social, È stato Segretario Generale Nazionale dell'Associazione Comunicazione Pubblica e Istituzionale dal 2013 al 2020.